THE SAXON HERITAGE, A SOUND JOURNEY
Paesaggi sonori, memoria collettiva e pratiche artigianali in Transilvania
Progetto ideato, scritto e realizzato da: Riccardo Toccacielo – Officina Sonora APS
Promosso e finanziato da: Ambasciata della Repubblica Federale di Germania a Bucarest, Goethe-Institut, Fundația ADEPT
Luogo e periodo: Bucarest – Goethe-Institut, 8–19 giugno 2021
The Saxon Heritage, a Sound Journey è un progetto di ricerca etnografica e creazione sonora sviluppato da Riccardo Toccacielo – Officina Sonora APS nel 2021 con l’obiettivo di esplorare e valorizzare il patrimonio sonoro e culturale delle comunità sassoni della Transilvania. Realizzato grazie al sostegno dell’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania, del Goethe-Institut e della Fundația ADEPT, il progetto si è concretizzato nella produzione e installazione di due manufatti sonori originali, frutto di un percorso condiviso con artigiani locali e successivamente esposti negli spazi del Goethe-Institut di Bucarest.
La ricerca parte da una serie di domande:
Quali tracce sonore e culturali restano dell’eredità sassone in Transilvania? Come si sono trasformate le pratiche artigianali e le tradizioni locali? Quale ruolo gioca il paesaggio sonoro nella costruzione dell’identità collettiva?
Attraverso un’indagine etnografica sul campo e una campagna di registrazione sonora, Officina Sonora APS ha documentato pratiche quotidiane, racconti di vita, suoni ambientali e gesti artigianali nelle comunità locali. L’intento è stato quello di costruire un archivio vivo capace di restituire la dimensione sonora del patrimonio immateriale, articolata tra memoria collettiva, variazioni linguistiche e relazioni con il territorio.
Il lavoro si è focalizzato sul rapporto tra artigianato tradizionale e paesaggio acustico, portando alla realizzazione di due opere sonore nate in dialogo con artigiani locali e costruite utilizzando materiali e tecniche tipiche del luogo. Ogni scultura incorpora un sistema di diffusione sonora che restituisce in loop i suoni raccolti, creando una narrazione acustica che attraversa voce, ambiente e gesto.
L’esposizione presso il Goethe-Institut di Bucarest (8–19 giugno 2021) ha rappresentato il momento conclusivo di questo processo, configurandosi come uno spazio esperienziale e partecipativo, in cui il pubblico ha potuto ascoltare, osservare e toccare i materiali della ricerca, attivando nuove modalità di percezione del patrimonio.
STORIA
Le comunità sassoni della Transilvania, insediatesi a partire dal XII secolo provenienti da regioni oggi appartenenti a Germania, Francia, Belgio e Lussemburgo, hanno lasciato un’impronta profonda nel paesaggio culturale della Romania. Note per la loro competenza agricola e per la raffinatezza delle tecniche artigianali, queste comunità hanno mantenuto nel tempo una propria lingua, una forte coesione sociale e una ricca tradizione orale, con significative variazioni da villaggio a villaggio.
The Saxon Heritage, a Sound Journey riflette sulla persistenza e trasformazione di queste eredità, interrogando il presente attraverso i suoni e le forme che ancora abitano i territori. Le due sculture sonore realizzate diventano testimonianze materiali di un dialogo interculturale, ma anche strumenti di trasmissione affettiva e intergenerazionale.
L’intero percorso si inserisce all’interno degli obiettivi di Officina Sonora APS di promuovere educazione interculturale, documentazione etnografica, valorizzazione del patrimonio sonoro e partecipazione attiva delle comunità locali.
I MANUFATTI SONORI
Ascolto situato, materiali tradizionali e restituzione etnografica
Che cosa resta oggi delle comunità sassoni della Transilvania?
Come sono cambiate le tradizioni, le abilità artigianali, le lingue, i paesaggi sonori e le strutture della memoria? A queste domande ha cercato di rispondere il progetto The Saxon Heritage, a Sound Journey attraverso un percorso di ricerca sul campo, interviste etnografiche e documentazione acustica, con uno sguardo attento alle trasformazioni culturali e ai processi di trasmissione intergenerazionale.
Il lavoro è stato condotto adottando un approccio acustemologico, secondo la definizione di Steven Feld, che considera il suono come forma di conoscenza situata, incarnata e relazionale. In questa prospettiva, le voci, i rumori ambientali, i suoni delle pratiche quotidiane e i silenzi diventano strumenti per comprendere non solo i luoghi, ma le relazioni che li costituiscono.
Le interviste con artigiani e abitanti delle comunità sassoni hanno permesso di ricostruire un quadro complesso, articolato e in trasformazione, in cui passato e presente si sovrappongono, si ibridano, si conservano o si dissolvono. Queste testimonianze, raccolte e registrate in loco, hanno costituito la materia viva per la creazione di due manufatti sonori originali, realizzati in collaborazione diretta con artigiani sassoni.
I manufatti sono stati costruiti utilizzando materiali tradizionali – legno, ceramica, tessuto, pelle – selezionati per il loro valore simbolico e la loro specificità locale. Ogni scultura incorpora un sistema di diffusione acustica miniaturizzato, programmato per riprodurre in loop le registrazioni ambientali e le interviste etnografiche raccolte nel corso del lavoro sul campo. In questo modo, gli oggetti diventano dispositivi narrativi e sensoriali, in grado di restituire l’esperienza vissuta e il paesaggio sonoro delle comunità visitate.
L’installazione dei manufatti è stata presentata al pubblico dal 8 al 19 giugno 2021 negli spazi del Goethe-Institut di Bucarest, in occasione di una mostra che ha raccolto pubblico locale, studiosi, artisti e rappresentanti istituzionali, tra cui l’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania e il personale del Goethe-Institut. L’esposizione ha rappresentato non solo un momento di restituzione pubblica, ma anche un’occasione di confronto e condivisione tra linguaggi artistici, pratiche antropologiche e saperi artigiani.
Le sculture sonore hanno evocato e narrato i paesaggi antropici e sonori di villaggi come Viscri, Saschiz (entrambi siti patrimonio mondiale UNESCO), Sighișoara e Mălâncrav, luoghi che ancora oggi conservano architetture fortificate, rituali locali, dialetti specifici e tecniche artigianali tramandate nel tempo. Questi territori, esplorati e documentati attraverso il suono, sono diventati materia plastica e acustica, oggetto di un processo di reinterpretazione e valorizzazione.
Le opere prodotte da The Saxon Heritage, a Sound Journey non si limitano a documentare, ma attivano un dialogo tra passato e presente, tra comunità locali e pubblico internazionale, restituendo una riflessione concreta sul legame profondo tra memoria, identità e territorio. In questo modo, il suono si afferma come linguaggio privilegiato per raccontare l’invisibile, attraversare la distanza e abitare poeticamente l’eredità culturale.
IL VIAGGIO, LA RICERCA ETNOGRAFICO-SONORA, LA CONDIVISIONE
Saschiz: suoni, lingue e artigianato nella prima tappa del percorso
Il 14 maggio 2021 ha segnato l’inizio del percorso sul campo del progetto The Saxon Heritage, a Sound Journey. La prima tappa ci ha condotti nel villaggio di Saschiz, uno dei più significativi insediamenti sassoni della Transilvania, noto per la sua chiesa fortificata di Sfântul Ștefan, risalente al 1493 e inclusa tra i siti patrimonio mondiale UNESCO. Questo luogo straordinario custodisce un organo storico del 1786, realizzato da Johannes Prause, che rappresenta non solo un capolavoro artigianale ma anche una testimonianza viva del patrimonio musicale e rituale delle comunità sassoni.
Durante la nostra permanenza, abbiamo avuto l’opportunità di assistere a una liturgia evangelica in lingua sassone, un’esperienza acustica e culturale di rara intensità. Le registrazioni ambientali effettuate durante questo momento e l’ascolto diretto del suono dell’organo hanno profondamente influenzato la realizzazione del primo manufatto sonoro del progetto, intitolato Preludio per Organo. L’opera rappresenta un omaggio al paesaggio sonoro rituale e alla spiritualità musicale che ancora abitano la chiesa di Saschiz.
Il processo creativo ha coinvolto tre artigiani locali, tra cui Marinel, maestro ceramista noto per la produzione della tradizionale ceramica blu e bianca di Saschiz, una tecnica risalente al 1702. Insieme, abbiamo selezionato materiali, forme e motivi decorativi da integrare nella scultura sonora, con l’intento di creare un oggetto che fosse al tempo stesso testimonianza, forma d’ascolto e atto di memoria condivisa.
Un ruolo centrale nel nostro incontro con il territorio è stato svolto da Dorothea, referente della Fundația ADEPT, con cui Officina Sonora APS ha instaurato un dialogo aperto e sensibile. Dorothea, di origini sassoni e residente da sempre a Saschiz, ha condiviso con noi racconti, esperienze e riflessioni sulla vita quotidiana della comunità e sul rischio di perdita delle pratiche tradizionali, specialmente linguistiche e artigianali.
La Fundația ADEPT, attiva da oltre quattordici anni nella regione, si occupa della tutela dei paesaggi agricoli ad alta biodiversità e della promozione di modelli di sviluppo rurale sostenibile. Questi paesaggi, oggi riconosciuti a livello europeo come esempi virtuosi di coesistenza tra uomo e natura, sono anche portatori di un ricchissimo patrimonio culturale immateriale, legato a tecniche agricole, pratiche rituali e saperi locali.
Durante l’intervista, abbiamo registrato diverse varianti dialettali della lingua sassone, che presenta una significativa diversità linguistica tra un villaggio e l’altro. L’ascolto attento di questi accenti ha permesso di cogliere non solo la ricchezza fonetica della lingua, ma anche le memorie incorporate nella voce – una dimensione profondamente acustemologica del paesaggio umano.
Questo primo incontro a Saschiz ha segnato l’inizio di un percorso di ricerca situata e partecipativa, in cui la voce degli abitanti, il suono dei luoghi e la materia artigianale si sono intrecciati in una narrazione collettiva. Il dialogo con Dorothea, con Marinel e con la comunità locale ha posto le fondamenta di un ascolto profondo, che ha orientato tanto la pratica etnografica quanto il processo creativo, e ha reso possibile una restituzione condivisa, accessibile e immersiva attraverso le opere sonore realizzate.
Intervista a Dorothea
(Saschiz, 14 maggio 2021)
Dorothea, quanto è simile il sassone al tedesco?
Il sassone è molto diverso dal tedesco, così come il dialetto nord-germanico è diverso dal bavarese, il dialetto sud-germanico. Non sono mutuamente comprensibili. Tuttavia, noi sassoni siamo molto vicini alla lingua ufficiale del Lussemburgo. Per esempio, io posso parlare con i lussemburghesi nella loro lingua ufficiale, il lussemburghese, e in sassone, e ci capiamo perfettamente. Questo è notevole, perché utilizziamo parole che in tedesco sono considerate arcaiche e non più in uso. In Lussemburgo avviene esattamente lo stesso. Recentemente, abbiamo incontrato una famiglia di professori di lingua lussemburghese e i loro figli, e abbiamo scoperto che condividiamo quasi tutte le parole, con pochissime differenze.
Quali erano le dinamiche demografiche e le migrazioni nella comunità sassone in passato?
In passato, la comunità sassone era molto più numerosa. Era la comunità più grande, non solo tra i sassoni, ma anche rispetto ad altre etnie. C’erano anche molti rumeni. Ora, invece, è tutto cambiato: ci sono molti più rumeni e molti meno sassoni. Negli anni, soprattutto dopo il comunismo, molti sassoni sono emigrati. Anche negli anni 1989–1990 e fino al 1997–1998, molti sono partiti, cercando condizioni di vita migliori altrove.
Quanto era importante la tradizione nella comunità sassone?
C’era molto folklore e moltissime tradizioni. Tradizioni enormi. Noi eravamo molto ordinati, molto tradizionali. Per noi l’ordine era fondamentale. Solo così siamo riusciti a sopravvivere come una piccola entità in un grande spazio, condiviso con altre nazionalità. Abbiamo vissuto bene e collaborato bene, ma questo era possibile solo grazie alle nostre “vicinanze” e al nostro rigore.
Cosa sono le “vicinanze”?
Avevamo le “vicinanze,” che oggi vengono chiamate “vicinati,” e queste regolavano tutta la nostra vita. Tutti sapevano esattamente cosa dovevano fare; non c’era bisogno che qualcuno venisse a dirlo. Se moriva qualcuno, se nasceva qualcuno, se c’era bisogno di costruire una casa, tutti sapevano cosa fare. La vita era ordinata, ognuno aveva il suo ruolo ben definito. Non c’era bisogno che qualcuno dicesse: “Tu fai questo.” No, bisognava conformarsi. Altrimenti, era molto grave. Ogni violazione delle regole era punita severamente. Il peggio che potesse capitare era essere esclusi dalla comunità, il che rendeva impossibile sopravvivere. Non era come oggi, dove puoi facilmente cercare nuovi amici. Non potevi semplicemente andare in un’altra comunità e dire: “Voglio essere uno di voi.” Non era possibile. Né tu potevi farlo, né loro ti avrebbero accettato. Dovevi conformarti alla comunità in cui eri nato. Era impossibile sopravvivere in altre comunità, solo nella tua. Sì, erano molto rigidi, ma anche molto organizzati e ordinati. Questo è ciò che ha permesso loro di sopravvivere.
Qual era la struttura sociale e culturale della comunità sassone?
La struttura sociale era basata su una forte coesione e sul rispetto delle regole comuni. Ogni aspetto della vita era regolato da consuetudini consolidate nel tempo, che garantivano stabilità e sicurezza. Le cerimonie, le feste, i riti di passaggio erano momenti cruciali per rafforzare i legami comunitari e per trasmettere le tradizioni alle nuove generazioni. Le decisioni importanti venivano prese collettivamente, spesso durante assemblee o incontri pubblici, dove ognuno aveva la possibilità di esprimere la propria opinione. Questa partecipazione attiva contribuiva a creare un senso di appartenenza e responsabilità verso il benessere comune. La religione aveva un ruolo centrale nella vita quotidiana, con feste religiose che scandivano il calendario e rituali che accompagnavano i momenti più significativi dell’esistenza. Le chiese non erano solo luoghi di culto, ma anche centri di aggregazione sociale, dove si discutevano problemi e si prendevano decisioni per il bene della comunità.
Come avveniva l’istruzione e la trasmissione del sapere nella comunità sassone?
L’istruzione e la trasmissione del sapere avvenivano principalmente all’interno delle famiglie e delle comunità. I mestieri e le competenze venivano insegnati dai più anziani ai giovani attraverso l’apprendistato e l’osservazione diretta. Questo sistema educativo informale garantiva la conservazione delle conoscenze e delle abilità tradizionali.
Qual era l’importanza dell’economia cooperativa nella comunità sassone?
Anche l’economia era fortemente integrata nella vita comunitaria. Le attività agricole, artigianali e commerciali si svolgevano secondo modalità cooperative, dove l’aiuto reciproco e lo scambio di beni e servizi erano fondamentali. L’autosufficienza era un valore cruciale, e ogni famiglia contribuiva al sostentamento della comunità.
Dove sono andati tutti?
In pochi anni, sono avvenute diverse migrazioni. La migrazione è iniziata alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX secolo, durante i periodi di crisi economica. La prima ondata, come in tutta Europa, ha portato molte persone verso gli Stati Uniti e il Canada.
Quali sono stati gli effetti delle guerre mondiali sulla comunità sassone?
Poi è arrivata la Prima Guerra Mondiale, che ha coinvolto molti sassoni nei conflitti. Alcuni furono deportati in Germania e c’era molta confusione anche durante la Seconda Guerra Mondiale. Molti tedeschi furono arruolati forzatamente o deportati in Germania, e molti di loro divennero prigionieri. Dopo entrambe le guerre, la situazione peggiorò ulteriormente, portando molti a emigrare.
Qual è la situazione attuale dei sassoni?
Ora, la situazione dei sassoni è molto diversa. Siamo rimasti in pochi, appena 18 sassoni.
Dorothea, è possibile secondo te mantenere una certa tradizione?
Non possiamo più parlare di tradizioni nel senso antico. Le vecchie tradizioni, come i giochi, le feste e le osterie, erano parte integrante della nostra cultura. Anche se possiamo ancora parlare in sassone, magari senza capirci completamente, non abbiamo più con chi condividere queste tradizioni.
Quali tradizioni si mantengono bene?
Principalmente i riti della chiesa. La confermazione, le feste come Pasqua e Pentecoste vengono ancora celebrate, ma più in famiglia. Fortunatamente abbiamo ancora dei preti che visitano due volte al mese.
La messa è in sassone? Le funzioni sono in sassone?
La messa e le funzioni si svolgono in tedesco, e di solito ci sono solo 5 o 10 persone presenti, non ogni domenica, ma solo la prima e la terza domenica del mese.
Grazie Dorothea, abbiamo terminato.
Incontro con Rudi
(Saschiz, maggio 2021)
In seguito al dialogo con Dorothea, abbiamo incontrato Rudi, figura di riferimento per la comunità sassone di Saschiz, impegnato in attività di volontariato e attualmente investito di un ruolo onorifico all’interno della chiesa locale. Attraverso il suo racconto, Rudi ci ha accompagnati in una riflessione profonda sul valore della memoria collettiva e sulle trasformazioni che, dagli anni ’90 in poi, hanno interessato la struttura sociale, linguistica e architettonica della comunità.
Tra i temi emersi, la questione linguistica ha assunto un ruolo centrale: il sassone, una lingua prevalentemente orale e ricca di varianti locali, un tempo permetteva di riconoscere l’origine geografica di chi parlava semplicemente ascoltandone l’accento. Oggi, questa ricchezza espressiva si sta lentamente perdendo: l’uso quotidiano del tedesco in chiesa e a scuola, unito alla progressiva riduzione dei parlanti nativi, ha reso il sassone una lingua a rischio, relegata a contesti privati e sempre meno trasmessa alle nuove generazioni.
Anche il tessuto sociale ha subito importanti trasformazioni: se un tempo le celebrazioni comunitarie, le attività artigianali e le cerimonie religiose erano momenti di coesione collettiva, oggi le tradizioni si sono adattate a nuove forme di partecipazione. La chiesa non è più soltanto uno spazio liturgico, ma ospita concerti d’organo, festival locali e iniziative culturali, diventando un luogo di apertura, accoglienza e dialogo.
Le differenze etniche e religiose, un tempo marcate, si sono attenuate; nuovi abitanti e volontari provenienti anche da altri contesti partecipano attivamente alla vita della comunità, contribuendo a costruire un senso di appartenenza rinnovato e inclusivo. In questo quadro di cambiamento, Rudi sottolinea l’importanza della conservazione del patrimonio edilizio tradizionale, le cui architetture raccontano storie di lavoro, identità e resistenza culturale. Tuttavia, convincere i residenti a mantenere queste strutture storiche si rivela spesso complesso: il valore inestimabile di questo patrimonio, pur riconosciuto, è talvolta trascurato in favore di esigenze pratiche e moderne.
L’incontro con Rudi ci ha restituito il ritratto di una comunità che, pur attraversata da mutamenti profondi, continua a cercare forme di equilibrio tra memoria e trasformazione, tra cura del passato e apertura al futuro.
Intervista a Rudi
(Saschiz, maggio 2021)
Rudi, ho letto che la coltivazione del luppolo è stata fondamentale per Saschiz.
Certamente. Un tempo, Saschiz era rinomata per la coltivazione del luppolo, che ha attraversato profonde trasformazioni nel corso della storia. Prima del comunismo, tutta la valle fino alla cittadina era dedicata alla coltivazione tradizionale del luppolo. Con l’avvento del comunismo, la produzione è stata industrializzata, trasformando Saschiz in un centro importante per la coltivazione e l’asciugatura del luppolo. Tuttavia, dopo il 1990, molte aziende sono scomparse a causa della diminuzione della domanda. Oggi, il luppolo di qualità superiore proviene da altre regioni, riducendo la necessità di coltivazione locale. Nonostante ciò, si prevede un ritorno delle piccole aziende specializzate in varietà particolari di luppolo. L’architettura locale testimonia l’importanza storica di questa coltivazione, con case dotate di piscine per l’asciugatura. Prima del comunismo, il luppolo veniva asciugato e spedito in tutto l’impero austro-ungarico, garantendo redditi significativi ai coltivatori. Con il regime comunista, le grandi aziende agricole sostituirono i piccoli coltivatori, che si dedicarono principalmente alla sussistenza.
Qual è lo stato attuale della lingua sassone?
Il sassone è una lingua prevalentemente parlata, con varianti locali che permettevano di identificare l’origine delle persone. In passato, bastava ascoltare qualcuno parlare in piazza per capire da quale località provenisse. Tuttavia, essendo una lingua solo orale, si sta lentamente perdendo, perché mancano persone con cui praticarla. Oggi, il tedesco è diventato la lingua ufficiale usata in chiesa e a scuola, essendo più accessibile rispetto al sassone. Nonostante questo, ci sono ancora persone che parlano fluentemente il sassone.
Come è cambiata la comunità sassone dopo il 1990?
La comunità è cambiata molto. Oggi siamo un gruppo di amici e famiglie che vedono le cose in modo diverso rispetto al passato. Prima del 1990, dovevamo arrangiarci senza molto aiuto esterno. Continuiamo a vivere con l’idea che nessuno farà qualcosa per la comunità se non siamo noi a farlo. Personalmente, ricopro una funzione onorifica in chiesa e mi dedico al volontariato. Non mantengo necessariamente tutte le tradizioni, ma ci sono molte cose che non si possono fare senza il lavoro volontario. Ad esempio, abbiamo organizzato una campagna di sterilizzazione per cani e gatti, che ha avuto successo grazie all’impegno di molti volontari.
Come si sono adattate le tradizioni e le attività comunitarie?
In passato, tutta la comunità partecipava a feste e altre attività collettive, ma ora questo non è più possibile. Non ci si riunisce più per preparare pasti o organizzare eventi come una volta. Oggi promuoviamo iniziative per gli animali e attività per i bambini, mantenendo lo spirito di comunità ma adattando i nostri obiettivi. La chiesa, ad esempio, non è più solo un luogo di culto; è diventata uno spazio dove si tengono concerti d’organo e festival. Questo ha contribuito a ricostruire la comunità e a unire le persone.
Com’è cambiata l’integrazione sociale nella comunità?
Non c’è più la separazione che esisteva prima del 1990, quando i rumeni frequentavano solo altri rumeni e i sassoni stavano solo con i sassoni. Oggi c’è una connessione più forte, e le differenze etniche e religiose si sono attenuate. Persone provenienti da fuori della comunità sono ben accettate e partecipano attivamente alla vita comunitaria. Abbiamo anche cittadini stranieri che contribuiscono con il loro impegno. È fondamentale guardare avanti e modernizzarci, perché non possiamo riprodurre il passato, ma possiamo costruire il futuro.
Quali sono le sfide nella conservazione del patrimonio culturale?
La conservazione delle costruzioni tradizionali rappresenta una sfida importante. Possediamo un patrimonio culturale unico che deve essere preservato, ma non tutti comprendono l’importanza dell’architettura locale. Anche se rurale, essa racconta la storia della comunità e merita di essere tutelata, nonostante i desideri moderni dei residenti.
Com’era la vita musicale nella comunità in passato e come è cambiata?
Un tempo, la musica era un elemento centrale della vita comunitaria. C’erano quattro fanfare, e ogni evento importante, dai battesimi ai matrimoni, veniva accompagnato dalla musica. Dopo gli anni ’90, questa tradizione è andata perduta. Tornare a quei tempi richiederebbe uno sforzo significativo, perché bisogna imparare a suonare strumenti e a leggere le note musicali. Purtroppo, la mia generazione ha perso questa tradizione.
Qual era l’importanza delle piazze nel commercio locale?
Le piazze erano il cuore del commercio locale. Nel parco comunale, dove ora c’è una strada, si trovava una grande piazza. Anche l’area intorno alla scuola primaria e al campanile era un punto di riferimento. Tra il 1800 e il 1900, senza il treno, i commercianti si fermavano qui per negoziare e vendere prodotti. Le comunità circostanti arrivavano a Saschiz per fare affari, rendendo la piazza un centro economico e sociale di grande importanza.
Le tappe del viaggio: Saschiz, Malancrav e Sighișoara
15 maggio 2021 – Saschiz
Il nostro viaggio prosegue nel villaggio di Saschiz con una tappa significativa presso il laboratorio artigianale di Marinel, ceramista locale e vero custode della tradizione della ceramica blu e bianca, patrimonio distintivo del luogo. Marinel ci ha accolti raccontando con precisione e passione i dettagli del suo lavoro, soffermandosi sulla fragilità della ceramica e sulla delicatezza estrema che richiede la sua lavorazione, dove ogni elemento della formula ha un ruolo fondamentale nel determinare il successo o il fallimento dell’opera.
Il suo contributo è stato determinante nella realizzazione del primo dei due manufatti sonori del progetto: ha infatti modellato per noi tre canne d’organo in ceramica di Saschiz, integrate successivamente nella scultura sonora intitolata Preludio per Organo. Grazie alla sua maestria e alla sua profonda dedizione, la tradizione ceramica locale si è così fusa con la dimensione acustica, offrendo una sintesi tra materia, gesto artigianale e memoria sonora.
22 maggio 2021 – Malancrav
Lasciato Saschiz, ci siamo diretti verso Malancrav, piccolo villaggio nella contea di Sibiu, noto per la forte presenza storica della comunità sassone e per il patrimonio culturale che ancora oggi viene custodito da alcuni abitanti. Tra questi abbiamo incontrato Elena, tessitrice e figura centrale nella trasmissione delle pratiche artigianali locali.
Elena ha appreso l’arte della tessitura da sua madre, che le insegnò a preparare il corredo per i fratelli. Con pazienza e dedizione, ha coltivato questa conoscenza trasformandola in una forma di impegno comunitario: oggi insegna alle giovani donne del villaggio, convinta che “senza tradizione non può esistere identità.” Durante il nostro incontro, abbiamo avuto l’opportunità di registrare il suono del suo telaio a mano: l’intreccio ritmico dell’ordito e della trama ha generato una texture sonora ipnotica, successivamente integrata nella riproduzione acustica dei nostri due artefatti.
23 maggio 2021 – Sighișoara
L’ultima tappa del nostro itinerario ci ha condotti a Sighișoara, dove abbiamo incontrato Ana-Maria Nistor, artigiana specializzata nella lavorazione del cuoio. Ana ci ha raccontato con entusiasmo che è stato il mestiere stesso a scegliere lei: ha infatti imparato a lavorare la pelle dal padre, e oggi porta avanti questa eredità come parte integrante del suo stile di vita.
Il suo intervento nel progetto ha riguardato la realizzazione di un elemento fondamentale per uno dei due manufatti sonori. Ha cucito due pelli, una rossa e una nera, e realizzato con cura una serie di fori circolari predisposti per ospitare i diffusori acustici. Su questa superficie viva, sono stati poi installati i dispositivi per la riproduzione delle interviste e dei paesaggi sonori raccolti nel corso della nostra ricerca.
GLI ARTEFATTI SONORI E L’ESPOSIZIONE AL GOETHE-INSTITUT DI BUCAREST
Trittico
Tessuto, pelle, diffusori acustici
2021 – 250 × 200 cm
L’opera Trittico nasce dall’incontro tra la tessitura tradizionale e la lavorazione del cuoio, intrecciando materiali e competenze in un quadro sonoro corale. Due artigiane, Elena e Ana Maria Nistor, hanno realizzato rispettivamente un pannello in tessuto e uno in pelle, successivamente uniti in un’unica composizione. Su indicazione progettuale di Officina Sonora APS, sono stati lasciati appositi alloggi per l’integrazione dei diffusori acustici, che riproducevano ciclicamente una suite composta dai suoni e dalle voci raccolti durante il percorso di ricerca sul campo.
Esposto all’esterno del Goethe-Institut di Bucarest durante tutta la durata della mostra, Trittico si configura come un dispositivo immersivo che connette dimensione materica e paesaggio sonoro. I rumori prodotti dai telai, i gesti artigianali e le sonorità ambientali diventano parte integrante dell’opera, offrendo al pubblico un’esperienza estetica stratificata che attraversa visione, ascolto e memoria.
Questa installazione rappresenta un omaggio alla tradizione artigianale come forma di conoscenza incorporata e di resistenza culturale. La cura, la pazienza e la sapienza manuale di Elena e Ana Maria emergono come pratiche quotidiane cariche di valore simbolico. Il tessuto e la pelle, cuciti insieme, restituiscono una dimensione sensoriale e geometrica, nella quale suono e gesto diventano elementi tangibili di una narrazione condivisa.
Gli artigiani coinvolti non sono stati semplici esecutori, ma coautori del processo di ricerca e creazione: le loro mani, i loro racconti, i loro strumenti e i loro spazi di lavoro sono diventati parte integrante della composizione, contribuendo alla costruzione di un’opera che, oltre all’estetica, restituisce una testimonianza sociale e culturale viva.
Prelude for Organ
Legno, ceramica, diffusori acustici
2021 – 190 × 100 cm
L’opera Prelude for Organ è un tributo al prezioso organo settecentesco conservato nella chiesa fortificata di Saschiz, costruito nel 1786 da Johannes Prause. Questo strumento, profondamente radicato nella vita spirituale e sociale della comunità sassone, diviene il punto di partenza per una reinterpretazione artistica che intreccia patrimonio musicale, linguaggio contemporaneo e dimensione etnografica.
La realizzazione ha coinvolto tre maestri artigiani locali:
Marinel, ceramista di Saschiz, ha creato tre canne d’organo in ceramica smaltata, riprendendo motivi e tecniche della ceramica blu e bianca tipica del villaggio;
Jay, falegname di Sighișoara, ha progettato e realizzato una struttura in legno ispirata alle arcate gotiche e alla tastiera di un organo, traducendo in forma architettonica il paesaggio acustico del luogo;
Mathe, pittore decoratore, ha ornato la superficie lignea con motivi floreali tradizionali sassoni, richiamando l’estetica locale e la memoria collettiva della comunità.
L’integrazione dei diffusori acustici, curata direttamente da Officina Sonora APS, ha permesso di trasformare l’opera in un dispositivo sonoro interattivo, in grado di trasmettere registrazioni ambientali, canti liturgici, testimonianze raccolte durante la ricerca sul campo. Tra i suoni selezionati: il rintocco delle campane, il soffio del vento tra le case, le voci delle liturgie sassoni e frammenti delle interviste con Dorothea, Rudi, Marinel ed Elena.
Esposta negli spazi interni del Goethe-Institut di Bucarest dall’8 al 19 giugno 2021, Prelude for Organ ha offerto al pubblico un’immersione multisensoriale nel paesaggio culturale della Transilvania sassone. Non si tratta di una semplice scultura, ma di un medium relazionale, in cui le forme dell’artigianato e della memoria acustica si combinano per dare voce a una storia comunitaria che rischia di perdersi, ma che attraverso la pratica artistica e la documentazione partecipata può ancora essere ascoltata, condivisa, trasmessa.
Ascolta la composizione
Le due opere sonore esposte presso il Goethe-Institut di Bucarest riproducono ciclicamente il materiale raccolto durante il percorso di ricerca etnografica e sonora, offrendo al pubblico un’esperienza immersiva e stratificata. La ripetizione continua delle registrazioni – voci, suoni ambientali, frammenti rituali, gesti artigianali – consente agli ascoltatori di entrare in profonda risonanza con il paesaggio acustico documentato, generando un ascolto attento, reiterato, meditativo. In questo modo, la composizione non si limita a restituire un ambiente sonoro, ma diventa uno spazio di condivisione e memoria: un invito a riscoprire il territorio attraverso le sue impronte sonore e a riflettere sull’importanza dell’ascolto come forma di conoscenza e partecipazione.